martedì 11 dicembre 2018

"Isacco e Giuseppe transpatriarchi" di Raffaele Yona Ladu


Mario Bonfanti aveva organizzato alcuni anni fa per la Metropolitan Community Church (una chiesa protestante, con confessione di fede di tipo luterano, molto LGBTQIA+-friendly) di Milano un ciclo di conferenze sul “coming out” dei personaggi biblici. Non partecipai alle conferenze, ma il tema mi ispirò a scrivere qualcosa sul patriarca Isacco, che vi offro in versione riveduta, insieme a osservazioni sul patriarca Giuseppe, sempre rivedute.
jacob and rachel william dyce
Giacobbe e Rachele, di William Dyce (1853)
Un tempo, udii un rabbino dire che Isacco, nella Bibbia, era schiacciato tra la fama del padre Abraamo e del figlio Giacobbe. Credo che egli avesse torto, se non altro per un motivo molto semplice: il prototipo del “Servo sofferente”, che si troverà nel Secondo Isaia (in particolare in Isaia 52-53), è lui. 
Nella “teologia” ebraica, una fonte inesauribile di benedizione per il popolo d’Israele sono i “meriti dei padri”, tra cui il principale è la “legatura di Isacco” descritta in Genesi 22:1-19. Fu merito sia per Abraamo che per Isacco, che acconsentirono l’uno a sacrificare e l’altro a lasciarsi sacrificare perché così aveva chiesto loro Dio.
Come osserva Ebrei 11:17-19, quella di Abraamo non fu obbedienza pronta, cieca ed assoluta, ma la fiducia che Dio non si era rimangiato la promessa di Genesi 17:19, ovvero che Abramo avrebbe avuto una discendenza attraverso Isacco, con cui Dio avrebbe stretto un patto eterno – quindi, ragionò Abraamo, Dio avrebbe fatto in modo che Isacco non morisse, oppure risuscitasse.
Un’altra cosa che è stata notata di Isacco è che probabilmente era cresciuto con una disabilità (a cui si aggiungerà la cecità che consentirà a Rebecca e Giacobbe di beffarlo in Genesi 27:1-29). Tra i vari argomenti a favore, il più convincente mi pare l’osservazione di Genesi 24:67: Isacco si era appena sposato con Rebecca, ma viveva ancora nella tenda di sua madre Sara – cosa molto strana, per un adulto del suo popolo.
Isacco, dunque, non è un riempitivo della narrazione e le letture tipologiche cristiane che vedono in lui il “tipo” di Gesù mostrano perlomeno gran fiuto...

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lunedì 3 dicembre 2018

"I Neoplatonici: il lato omoerotico di un patriota del Risorgimento" di Luca Foglia Leveque


luigi settembrini i neoplatonici sellerio
Quasi centosettanta anni fa, Luigi Settembrini, patriota del Risorgimento, scrisse una manciata di parole dal sapore sensuale e dolciastro. Intinse il suo racconto nelle spezie dell’Eros, dando così vita a I Neoplatonici. Otto brevi capitoli in cui Doro e Callicle, i protagonisti del testo, si cimentano nell’arte e nella scoperta dell’amore e del sesso tra uomini nell’antica Grecia.
Callicle, privato dal fato dei genitori, viene accolto nella casa di Femio e Doride, benestanti vicini di casa. La coppia ha già un figlio, Doro, coetaneo del piccolo orfano. I ragazzini stringono un rapporto simbiotico, tanto da farli apparire agli occhi degli ateniesi come novelli Dioscuri. Vanno a scuola assieme, si allenano, ascoltano la voce dei filosofi... e, nel giro di tre pagine, non sono più imberbi, ma muscolosi ragazzotti pronti a scoprire l’amore fisico. I due diciottenni ammirano la bellezza delle ragazze di Colitto, borgo in cui vivono. Ma è il corpo, l’uno dell’altro, il vero motivo che li spinge a scoprire l’amore. Dormono assieme, non più come fratelli ma come amanti, iniziando così a conoscere tutte le gioie del sesso. Si vogliono, si cercano, si baciano, costantemente e senza mai smarrirsi. Amano la vita e vogliono assaggiare tutti i succosi frutti che la terra offre...

Luca Foglia Leveque


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venerdì 16 novembre 2018

"Liber* di essere" di Federica Caracciolo


Scatti di non binarismo e identità queer

transfer liber* di essere
Foto di Ippolita Franciosi
La raccolta di scatti Transfer – Liber* di essere, una mostra multimediale che ha come obiettivo l’esplorazione e la decostruzione del genere, ci racconta la storia di Eva e Paolo attraverso una serie di immagini che ne ritraggono la quotidianità, in un continuo gioco di rimandi a dettagli che fanno affiorare il loro passato e i loro percorsi. Una sorta di dialogo tra i/le due che ha come scopo lo scardinamento del pensiero binario proprio della cultura occidentale (sì/no, maschio/femmina, bene/male, bianco/nero). Un confronto tra i due soggetti ritratti, un uomo trans e una donna trans, immagini proiettate a video in cui i due soggetti si tra-vestono nei panni del loro genere assegnato, pur mantenendo segni di riconoscimento del genere di elezione, in una modalità ironica e fortemente sperimentale che analizza e rappresenta la complessità transgender e il non-binarismo.
Transfer è “Un inno alla vita, al gioco, alla libertà di essere.” [1] La libertà di essere di Eva e Paolo, indipendentemente dai costrutti sociali che da sempre ci vengono imposti e di cui a volte non siamo nemmeno del tutto consapevoli. 
Eva, una donna dirompente, dal carattere forte, che non nasconde le proprie fragilità, ma sa portarle a un altro livello, trasformarle in una sicurezza e un amore di sé che rapiscono e coinvolgono, senza mai lasciare indifferenti. Eva non cerca di uniformarsi: il suo obiettivo non è il passing, non è identificarsi in un sistema di caratteristiche e valori che la società accetta, bensì decostruirli attraverso l’affermazione della propria identità e creare un sistema nuovo, in cui tutt* possano riconoscersi. Paolo è più discreto, con un umorismo pacato e l’amore per le cose semplici. Il suo cane, le grigliate tra amici, le serate allegre e le chiacchiere. Per lui, attivismo significa impegno costante per diffondere nel mondo l’importanza di creare legami sinceri e trasmettere il valore di essere se stessi sempre, nonostante tutto...

Federica Caracciolo

[1] Eva Beccati, curatrice della mostra multimediale TransFer – Liber* di essere.



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venerdì 9 novembre 2018

"Gender Dei: una questione politica" di Mario Bonfanti


Uno dei temi cari alla teologia queer è non solo l’identità di genere (e orientamento sessuale) di Gesù, ma anche (e più radicalmente) il tema del “genere di Dio”: è maschio? Femmina? O altro?
Un tema non solo “specialistico”, ma che tocca anche la vita delle Chiese cristiane: lo scorso anno, la Chiesa Evangelica Luterana svedese ha aggiornato le proprie linee guida chiedendo al suo clero di utilizzare un linguaggio gender neutral in riferimento all'Ente Supremo, al quale non ci si dovrà più rivolgere al maschile; ma anche nella Chiesa Cattolica sono in atto, da un po’ di tempo a questa parte, dei tentativi di integrare l’immagine maschile di Dio (il 10 settembre 1978 Papa Giovanni Paolo I parlò di Dio come “madre”). 
gender dei mario bonfanti


Il gender: di cosa parliamo?
Negli ultimi anni, attorno alla questione del gender si sono purtroppo addensati pregiudizi e paure che ne hanno completamente traviato il senso. E così, da termine “neutro” e per addetti ai lavori, è divenuta parola calda (se non bollente) da sbandierare a destra e a manca come spauracchio di fantomatiche trame di improbabili lobby gay. Vorrei fare, dunque, un po’ di chiarezza prima di addentrarmi nell’argomento di questo mio contributo.
Nel primo capitolo del recente saggio Sguardi sul genere. Voci in dialogo (un testo che consiglio caldamente a chi voglia acquisire conoscenze scientifiche aggiornate sul tema) Federico Ferrari, Enrico M. Ragaglia e Paolo Rigliano scrivono: “Per genere l’intera comunità scientifica mondiale intende l’insieme delle differenze tra uomini e donne, che ogni società costruisce a partire dalla propria concezione delle differenze tra corpo maschile e femminile. Tali differenze consistono in tutti quei processi – psichici, interpersonali, comportamentali e di presentazione di sé – con i quali le società trasformano i corpi sessuati (maschio/femmina/intersessuale) in identità personali socialmente riconosciute (uomo/donna) e organizzano la divisione dei ruoli e dei compiti tra donne e uomini, differenziandoli dal punto di vista sociale l’uno dall’altra.” (A cura di Paolo Rigliano, Sguardi sul genere. Voci in dialogo, 2018, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, p. 24).
Già da questa prima citazione emerge chiaramente come la dimensione sociale e culturale siano radicalmente coinvolte qualora si parli di “genere”...

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giovedì 1 novembre 2018

Il Simposio LGBT: Il gender sul tetto che scotta

Con grandissimo piacere, annunciamo l'uscita del nuovo Simposio: Il gender sul tetto che scotta. Perché un titolo così apparentemente nonsense, per il numero dell'ottobre 2018? 
il simposio lgbt il gender sul tetto che scotta copertina

La gatta sul tetto che scotta (Cat On a Hot Tin Roof) è una commedia composta nel 1954 da Tennessee Williams e trasformata in film nel 1958 (regia di Richard Brooks). È la storia di Maggie, che è riuscita a salire la scala sociale sposando Brick Pollitt, ex campione sportivo. Peccato che quest’ultimo si sia dato all’alcolismo e non abbia mai consumato il matrimonio. Causa di entrambe le cose è, probabilmente, la mai superata passione di Brick per un compagno di squadra, morto suicida. Maggie si trova dunque ad essere una “gatta sul tetto che scotta”: pur sentendosi male in quella situazione, è decisa a non cadere, per non perdere lo status conquistato e tornare nella povertà.
Abbiamo voluto alludere a quest’opera nel titolo, perché tratta di una questione (l’omosessualità velata) legata all’ambito di cui ci occupiamo. Ma anche (e soprattutto) perché questo numero scotta in molti sensi. La parola gender ha ormai sostituito diverse paure più fruste e noiose (gli alieni, i licantropi, i vampiri…), pertanto figura benissimo sulla copertina di un numero che esce nel mese di Halloween. Come potete vedere, in copertina non scotta solo il titolo… Ringraziamo Loki, il nostro “Mister Simposio”, che ha posato per il buon Nathan e che - appropriatamente - si fa chiamare come un dio seduttore e misterioso, non di rado legato al fuoco. Ma, oltre a fotografie di nudo artistico, troverete materiali che “scottano” in senso più intellettuale: la questione della pedofilia, la transgenerità latente in tutt*, una vita rovinata (e risorta) per il coraggio di una denuncia, personaggi biblici che non ci aspetteremmo, romanzi su conflitti familiari e sentimenti inconfessati, maschi selvatici, donne sottomesse, filosofi che non pensano solo alle pure idee platoniche… Ma perché allungare il discorso? Buona lettura, e… attenti al fuoco.


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martedì 9 ottobre 2018

"Non Med: percorsi transgender non medicalizzati" di Giulia Terrosi


Domenica 8 aprile 2018, ho partecipato all’evento culturale “Non Med: percorsi transgender non
medicalizzati”. Ringrazio Nathan per avermi invitata. Ritengo sia un tema fondamentale sul percorso verso l’abbattimento di ogni discriminazione e il raggiungimento di pari diritti e pari dignità per ogni persona - e che quindi debba avere la massima diffusione. Per questo, tengo a scrivere questo pezzo con gli interventi che sono stati fatti all’evento, sperando se ne parli sempre di più.
La moderatrice era la dottoressa Monica Romano: tra le altre cose, autrice di Diurna, Storie di ragazze XY e Gender (r)evolution. 
transgender non med rizzo lari milano

Sono molto contenta di essere qui, in questa associazione, che nasce come “Circolo culturale TBGL Harvey Milk Milano” - e che, a causa della prematura e improvvisa scomparsa, nel gennaio 2017, dello storico vicepresidente Alessandro Rizzo Lari, ha deciso di dedicargli il circolo, divenendo quindi “Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari”.
Questo è il primo evento italiano dedicato alla comunità delle persone transgender non
medicalizzate. Ricordiamo che il termine transgender è un termine ombrello che raccoglie tutte le identità ed espressioni di genere non conformi al sesso biologico. Storicamente, la comunità transgender è sempre stata divisa tra “trans operate” e “trans non operate”, rifacendosi sempre alla norma sociale. E, anche nella comunità transgender, c’è una sorta di esclusione delle persone transgender non medicalizzate, perché esistono moltissime persone transgender che ritengono che la realtà T non medicalizzata sia una realtà che non merita attenzione e cittadinanza. Mi fa piacere dire, invece, che noi dobbiamo combattere questo tipo di visione. Perché la parola “transgender” ha un senso politico e appartiene a noi tutti, indipendentemente dalle scelte che abbiamo operato in merito ai nostri corpi e al nostro percorso di autodeterminazione.
Per cui, continuiamo, come facciamo da sempre, a metterci in discussione e a mettere in discussione quelle logiche che ci dividono - e facciamolo con molta umiltà...

Giulia Terrosi

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giovedì 27 settembre 2018

"Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico" di Roberta Ribali


Milano, 2018

Nella nostra cultura scientifica, allo stato dell’arte di oggi, il binarismo  di genere maschio-femmina  appare concettualmente  da  accantonare, per lasciare posto a un approccio gender-fluid più corrispondente alla realtà che tutti noi, che ci confrontiamo da anni con queste tematiche, ritroviamo nella fenomenologia complessa dei nostri pazienti - e, forse, anche di noi stessi.  I termini “transgender” e “transessuale” rispecchiano ancora un certo binarismo, che sarebbe meglio accantonare, per essere pronti ad accogliere adeguatamente tutte le infinite sfumature e le sfide epistemologiche  che la realtà di fatto ci presenta oggi. 
dr. roberta ribali psicoterapeuta
Dr. Roberta Ribali

Per quanto riguarda l’identità di genere, attualmente possiamo usare i termini “disforia di genere “ e “varianza di genere” per denominare due situazioni che hanno in comune una discrepanza fra il genere cui il Soggetto sente di appartenere e il genere cui “dovrebbe” appartenere, secondo i criteri dettati dalle nostre regole sociali, strutturate e stratificate storicamente e culturalmente .
 Diverso è il vissuto individuale: disforia” indica un malfunzionamento, una sofferenza di cui il soggetto è portatore, a causa del suo sentire, mentre gender variant è il caso in cui tale discrepanza è vissuta individualmente - e soprattutto socialmente - senza evidenti disagi, come una varianza statistica.

Nemmeno il sesso biologico è binario. Esistono infinite sindromi complicate, con realtà cromosomiche  eterogenee che danno luogo a realtà di vita individuali polimorfe e fluide, che vanno sotto la denominazione  generica di intersessualità: è recente il caso di quella bimba nata XY, con vagina e  sindrome di Morris, che all’età di due anni è stata operata da solerti chirurghi che l’hanno mutilata dei suoi organi sessuali femminili per ricreare (non so come) un maschietto, che avrà sicuramente una vita molto, molto difficile…. Ma non è questo il nostro tema, anche se i criteri che noi medici siamo chiamati a proporre e seguire sono sostanzialmente simili. Rispettare lo sviluppo della personalità del bambino, senza costringerlo, con interventi autoritari o peggio con pasticci medico-chirurgici, a osservare le norme che noi adulti gli imponiamo, scegliendo per lui/lei, al  suo posto, per soddisfare nostre esigenze, che non sono necessariamente quelle volute dal soggetto che deve crescere nel rispetto di quello che si sente realmente...

Dr. Roberta Ribali- Neuropsichiatra e Psicoterapeuta-
CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere

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